capture 133 21052020 095954Evitare di scrivere «il più pulito ha la rogna» non è un problema: il vero problema è farvi leggere questo articolo, cioè non farvelo mollare dopo due righe dopo che avrete mormorato che «ormai i magistrati si arrestano tra di loro»: che è vero, beninteso, il potere politico ormai non è più antagonista della magistratura ma solo gregario (succube, nel caso dei grillini) e la lotta togata si è fatta intestina. Ma questa è materia che interessa poco. Magistrati che arrestano altri magistrati: ogni volta si parla di anonimi funzionari dello Stato che sono dotati tuttavia dei più grandi poteri (tra questi togliere la libertà e sequestrare un'attività, bloccare conti bancari, congelare intere esistenze) ma che restano gente che la maggioranza di voi non avrà probabilmente sentito nominare, perché nessun cittadino li ha mai eletti, nessuno di loro va in tv, raramente concedono interviste a meno che ci sia qualche passerella in cui esibire qualche condanna popolare. Se vi giunge nuovo il nome di Carlo Maria Capristo (noto però a Taranto, e vedremo perché) magari si può anche titolare che è stato arrestato nientemeno che un Procuratore Capo della Repubblica. Ma la carica non basta, anche se è stato arrestato per un reato gravissimo come corruzione in atti giudiziari (l'hanno messo ai domiciliari: tra i magistrati vige una certa etichetta) e con lui sono stati coinvolti anche un ispettore di Polizia e tre imprenditori. È indagato anche il procuratore di Trani Antonino di Maio, e l'inchiesta risale a un anno fa, portata avanti dalla Procura di Potenza. Azzardiamo una sintesi, ossia l'accusa. Tre imprenditori cercarono di convincere un giovane magistrato della Procura di Trani a chiudere alcune indagini per usura e quindi avviare il processo contro un imprenditore senza che ce ne fossero i presupposti - questa la pista - e solo perché gli interessati avevano un obiettivo preciso: ottenere i soldi e i benefici di legge che conseguono allo status di «vittima di usura», che in Italia è praticamente un mestiere.

 

Il pm però non ha chiuso nessuna indagine e, anzi, ha raccontato tutto alla sua procura: che però, a quanto pare, ha incredibilmente chiesto l'archiviazione. Il fascicolo poi è stato avocato dalla Procura generale di Bari ed è stato trasmesso alla Procura di Potenza (tutti balletti di competenza, quando dei magistrati indagano su altri magistrati) che circa un anno fa ha avviato delle indagini. Ieri la svolta: tutti arrestati, con le accuse a vario titolo di tentata induzione indebita a dare o promettere utilità, e poi falso e truffa. Ora ripetiamola con nomi e cognomi: tre imprenditori pugliesi che sono i fratelli Giuseppe, Cosimo e Gaetano Mancazzo (si chiamano così, come ciò che hanno ottenuto) hanno cercato di indurre la pm Silvia Curioni (Trani) a perseguire per usura un certo Giuseppe Cuoccio; questi fratelli miravano ai vantaggi patrimoniali della posizione processuale di parte presunta offesa e aspirante parte civile con l'applicazione della legge a sostegno delle vittime di usura e relativi benefici del caso. Per riuscire nel loro intento ecco entrare in scena il procuratore capo di Taranto Carlo Maria Capristo, che secondo i magistrati potentini sarebbe l'organizzatore di una corruzione in atti giudiziari che utilizzava un poliziotto («notoriamente suo alter ego» e «uomo di fiducia», Michele Scivattaro) per fare pressioni sulla pm di Trani, questo «abusando della qualità di procuratore della Repubblica di Taranto, superiore gerarchico del marito della pm Curioni, ossia di Lanfranco Marazia, che a Taranto prestava servizio come pm». In pratica le avrebbe fatto capire che avrebbe esercitato «fini ritorsivi» e ostacolato la carriera del marito, «visto che aveva già dimostrato nel 2017 di essere capace di farlo», scrivono i pm. Ovviamente a Taranto è scoppiato un casino, anche perché Capristo è quello che si era scontrato con la proprietà dell'Ilva (ora ex Ilva) ad apparente tutela della salute dei cittadini: insomma, da una parte aveva un suo seguito, dall'altra (se è vero) pare che trafficasse mica poco. Capristo comunque, secondo l'accusa, avrebbe mandato dalla pm di Trani Silvia Curioni il «suo» poliziotto ed esercitato pressioni facendole rammentare che a Trani (dov' era stato procuratore capo) manteneva ottimi rapporti in particolare col neo procuratore capo Antonino Di Maio, capo di lei e di suo marito. Anche Di Maio ora è indagato per abuso d'ufficio. Capristo e l'ispettore sono anche «gravemente indiziati di truffa ai danni dello Stato e falso» perché l'ispettore risultava presente in ufficio e percepiva gli straordinari anche se in realtà se ne restava comodamente a casa, o svolgeva incombenze per conto del procuratore.

Dalle immancabili intercettazioni, secondo i gip di Potenza, emerge «l'esistenza di un centro di potere a Trani» denominato "i fedelissimi", che include pubblici ufficiali e soggetti privati tra cui l'imprenditore Gaetano Mancazzo, definito «uno del club». Tutti legati a Capristo. Parentesi: ricordiamo che Trani è la stessa procura in cui operavano i magistrati Savasta e Nardi, arrestati per corruzione nei mesi scorsi per altre vicende. Altra parentesi: Capristo era già indagato per abuso d'ufficio a Messina in ordine al cosiddetto «sistema Siracusa», una presunta organizzazione accusata di pilotare decisioni del Consiglio di Stato. I fatti su cui indagano in Sicilia risalgono a quando Capristo era capo procuratore a Trani e riguardano anche un altro famoso depistaggio: quello dell'inchiesta sulle tangenti Eni. A Trani era giunto un esposto anonimo sulla vicenda che Capristo non inviò però ai colleghi di Milano (competenti) ma a Siracusa, doveva aveva dei giri tutti suoi. Ecco, l'articolo è finito, e i cronisti in genere non scrivono mai tutto quello che sanno: ma questa volta è proprio così. Abbiamo capito solo che è un troiaio, e che avrà un seguito. 

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